giovedì 26 gennaio 2017

Tasse sui robot e socialismo utopistico

Nel programma del candicato alle primarie socialiste Benoit Hamon figura la tassazione dei robot (Creéation d’une taxe sur les robots), con utilizzo dell’extragettito per  finanziare misure di sicurezza e protezione sociale.
Il proposito di Hamon, come risulta dal suo sito elettorale, è il seguente: “Creerò una tassa sulle ricchezze create dai robot al fine di finanziare la nostra protezione sociale. Allorché un lavoratore/lavoratrice vengono rimpiazzati da una macchina, la ricchezza generata affluisce essenzialmente agli azionisti. Propongo dunque di tassare questa ricchezza - applicando la contribuzione sociale sul totale del valore aggiunto e non più solamente sull’ammontare delle retribuzioni - affinché questa finanzi prioritariamente misure come il reddito di cittadinanza piuttosto che i dividendi”.
Siamo così tornati al socialismo utopistico, e in effetti il prelievo fiscale immaginato da Hamon appare di problematica se non impossibile realizzazione.
La cifra di una proposta del genere è il velleitarismo, anzitutto nel presupposto impositivo. Il “rimpiazzo” di lavoratori da parte di macchine non è traducibile in termini normativi: non c’è un robot che entra in fabbrica al posto di un operaio, semmai ci sono dei processi di innovazione tecnologica e investimenti che possono portare a maggiore automatizzazione, a mutamenti nei processi produttivi e a una diminuità necessità di forza lavoro. Questa può tuttavia trovare concreta esplicazione in tante maniere: attraverso un mancato turnover, con la mancata assunzione di lavoratori che altrimenti sarebbero stati assunti, con dismissioni di alcuni e rafforzamento di altri rami di attività, e così via. D’altra parte, potrebbero sorgere nuove imprese già dotate tecnologicamente, senza dover rimpiazzare alcun lavoratore preesistente. E tali imprese potrebbero “gemmare” da imprese preesistenti, attraverso scorpori, conferimenti, scissioni e così via.
In tutte queste situazioni, quali sarebbero i presupposti per far scattare l’aggravio di contribuzione? A tutto concedere gli stessi dovrebbero essere individuati in indici grossolani, quali ad esempio la diminuzione del numero medio di addetti rispetto a un precedente periodo di osservazione, o un aumento degli investimenti tecnologici (e comunque sarebbero inapplicabili a imprese neocostituite). 
Ma nel primo caso ciò avrebbe l’effetto di rendere ancor più problematica l’assunzione di lavoratori (posto che un successivo calo del personale darebbe luogo a penalizzazioni aggiuntive), e nel secondo caso ostacolerebbe i processi di innovazione tecnologica (ma forse è proprio ciò che vogliono i socialisti francesi).
Non vedo insomma come un tributo (o contribuzione sociale aggiuntiva) come quello ipotizzato da Hamon potrebbe mai essere implementato, se non a costo di innumerevoli distorsioni, di un calo della produttività degli addetti, e quindi anche dei loro salari reali. 
E anche se si riuscisse nell’impresa di “tassare i robot”, si finirebbe per introdurrebbe una differenziazione di aliquote (fiscali e/ contributive) in funzione di un parametro non solo intraducibile in norme di legge, ma altresì in ogni caso non necessariamente espressivo di una maggiore capacità economica. Se il “rimpiazzo” di lavoratori con robot è in grado di aumentare gli utili dell’impresa, questi maggiori utili già verranno tassati con le imposte esistenti, mentre postulare aggravi di tassazione “progressivi” implica dimostrare una maggiore capacità di contribuire di utili di maggiore entità, il che ha sempre posto una serie di problemi tendenzialmente insormontabili, fin dai tempi in cui di discuteva delle excess profits taxes ai tempi di Roosevelt.
Dietro al progetto di Hamon c’è un’idea chiaramente anticapitalistica, una volontà di punire i presunti extraprofitti (calcolati come e rispetto a che cosa?), le imprese più efficienti e che investono in tecnologia. E c’è altresì una visione miope e retriva dell’investimento azionario: i soci che beneficerebbero in tesi dei maggiori dividendi potrebbero anche essere una moltitudine di piccoli risparmiatori, e non necessariamente dei plutocrati cattivi.
L’innovazione tecnologica è parte integrante della “distruzione creatrice”, e certo le politiche pubbliche dovranno farsi carico del ripensamento e riprogettazione dei sistemi educativi, di ri-qualificazione professionale, di politiche attive del mercato del lavoro. Non sarà invece con il ritorno al socialismo utopistico e con velleitarie e inattuabili “tasse sui robot” che si potranno vincere queste sfide.

1 commento:

  1. E perchè non deportare i lavoratori che progettano e costruiscono i robot? Ed il costo dell'investimento chi la paga ??

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